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Le Imposte Locali e il Bilancio dello Stato


Le tasse locali, nell’ultimo ventennio, hanno subito aumenti esponenziali. Tutti i cittadini se ne sono accorti, però i servizi non sono proporzionalmente cresciuti, anzi, si lamentano maggiori disservizi e lacune nei servizi per la cittadinanza.
Dal 2008, il governo Berlusconi, su proposta dell’allora Ministro dell’Economia e Finanze, Giulio Tremonti, ha imposto il Patto di stabilità interno che ha bloccato gli investimenti, le assunzioni e i nuovi progetti di sviluppo territoriale. Già con il trattato di Amsterdam, del 1997, era stato imposto, dalla Commissione Europea, all’Italia, l’osservanza del rapporto Debito/PIL al 3%, per non dover intervenire sul debito pubblico, dell’Italia 
(2.070 miliardi di €, ovvero quasi 4.000.000 miliardi di £ire).  Questo è incrementato, vistosamente, nell'ultimo decennio, anche se in misura inferiore, rispetto agli aumenti registrati negli anni ’80 ( +200% ) e negli anni ’90 ( +50% ), facendo ben capire le responsabilità politiche, di tale dissesto del Bilancio dello Stato, considerato che gli interessi annui aumentano di anno in anno e che assorbono buona parte delle entrate (che a causa della crisi sono in diminuzione, considerando che il PIL è passato da 1.550 miliardi di € del 2007, agli attuali 1.350 miliardi di € del 2012, con un calo superiore al 10% in 5 anni) mentre le spese della Pubblica Amministrazione invece di diminuire aumentano, non ci vuole un master per capire che di questo passo l’Italia non reggerà per molto tempo andando incontro ad un possibile default, simile a quello Greco o Cipriota. Per fare un paragone gli Stati Uniti hanno un PIL di 15.000 miliardi di $ e un debito pubblico di 2.400 miliardi di $.  Quindi circa il 15% rispetto al prodotto interno lordo mentre per l'Italia siamo oramai al 135% rispetto al Prodotto interno lordo. Per invertire la rotta, rapidamente, entro il 2020, servono riforme urgenti dell'apparato pubblico. Una riforma organica e moderna del lavoro dando sia certezze ai lavoratori, che oggi non hanno più, sia un minor carico tributario per le imprese. Una riforma moderna delle imprese e del settore industriale, puntando sulle nuove tecnologie, l'innovazione coinvolgendo le Università e i Politecnici. Serve dare maggior impulso al turismo e alla cultura, detenendo l'Italia il 70% del patrimonio artistico mondiale. Serve puntare sui distretti industriali e le aggregazioni patrimoniali delle aziende favorendo la nascita e l'insediamento delle grandi aziende. Purtroppo il motto piccolo e bello che fece tanto la fortuna dell'Italia nel secondo dopoguerra è superato e non competitivo nel sistema globale. Serve puntare sulla scuola rendendola più competitiva come programmi e più severa ritornando alla scuola degli anni'80. Bisogna puntare sulle lingue e l'internazionalizzazione. Molti Italiani non solo non sanno bene l'inglese o il tedesco ma nemmeno l'Italiano, parlando molti ancora, anche giovani, solo il dialetto regionale o provinciale. Bisogna, infine, poter detrarre le spese per piccole ristrutturazioni, il meccanico, il falegname, l'idraulico, l'elettricista, il commerciante o le spese condominiali. Non serve passare dalla quasi legalità dell'evasione fiscale degli ultimi anni, al modello quasi sovietico di controllo degli ultimi mesi. Serve un fisco alla tedesca, amico del contribuente e dell'imprenditore, con aliquote giuste, non eccessive che favoriscono ulteriore evasione fiscale. Serve infine anche un sistema giudiziario moderno, efficace e giusto che dia certezza della pena e non come avviene oggi giorno. Un sistema giudiziario giusto ed efficace aiuterebbe anche le industrie, soprattutto straniere, che tornerebbero a fidarsi del nostro sistema paese.
 
Le principali Tasse/Imposte locali sono:
 
L’IMU, imposta municipale unica: creata per il cosiddetto Federalismo Fiscale ( Riforma Tremonti-Calderoli ), è stata anticipata al 2012 e ha sostituito l’ICI, in vigore dal 1993. Prevede la rivalutazione degli estimi catastali del 160%, per avvicinarli al reale valore di mercato. Erano previste due aliquote: una al 0,4% per l’abitazione principale, con detrazione di 200€, in più 50€, per ogni figlio under 26 anni residente e una di base del 0,76%, per gli altri fabbricati o terreni. Ai Comuni è stata prevista la facoltà di modificare entrambe le aliquote, in aumento o in diminuzione. La maggior di questi ha provveduto ad aumentarle, nel corso dell’anno, portando il cittadino a versare un saldo, a dicembre, molto oneroso, soprattutto, sulle seconde case/sfitte e capannoni, considerando il difficile momento congiunturale economico.
Sulla casa poi si paga anche la TIA, ex TARSU, imposta sui rifiuti, prevista e riscossa da consorzi/aziende di comuni, appositamente creati, per gestire il servizio dei rifiuti solidi urbani. Veniva calcolata in base alla metratura dell'abitazione e al numero degli abitanti residenti nella stessa Un ulteriore sconto dovrebbe esser applicato sulla quota di differenziazione del rifiuto premiando i Comuni maggiormente ricicloni.
Dal 2013 dovrebbe esser istituita la TARES che dovrebbe unire tutte le tasse previste sulla casa, compresa la TIA, calcolata, sembra, sul numero di metri quadrati dell’abitazione, sulla sua classificazione catastale e sulla destinazione d’uso. Dovrebbe comprendere anche le addizionali comprese nella tariffa elettrica e del gas, la tariffa sui consumi di acqua potabile. Rimane ancora nebulosa la sua reale efficacia, il metodo di calcolo, anche, perché la maggior parte dei Comuni non hanno ancora deciso come attuarla e farla pagare, se in due o più rate.
Per chi ha un’azienda è sottoposto anche alla TOSAP, la tassa di occupazione del suolo pubblico soprattutto per i gestori di locali o che hanno un attività temporanea e ambulante.
C’è poi l’ICA l’imposta comunale affissioni per chi intende affiggere manifesti per pubblicizzare manifestazioni o dibattiti pubblici.
A questa si aggiunge l’Imposta sulle pubbliche affissioni, sulle targhe e i cartelloni fissi.
Da aggiungere poi la tassa sui passi carrabili che si paga una tantum a seconda di chi sia il proprietario della strada ( Comune, Provincia, Regione e ANAS).
Infine vi è l’Addizionale comunale IRPEF che può esser incrementata fino allo 0,80% del reddito imponibile. La maggior parte dei Comuni ha previsto un aliquota media allo 0,20% con esenzione per fasce di reddito imponibile inferiori ai 15.000€ annui.
Altre tasse locali o di chiara competenza locale di Comuni e/o Consorzi, sono le tariffe decise sulla bolletta dell’acqua potabile.La determinazione della tariffa oraria delle zone in cui vige la sosta a pagamento, all’interno delle aree urbane.
Di solito in base al D. Lgs. 267/2000, Testo Unico sugli Enti Locali, è la Giunta Comunale che delibera, ogni anno, entro il 31 marzo, le aliquote delle imposte e tasse comunali che saranno applicate durante l’esercizio di bilancio corrente di previsione.
Le Province, avendo la competenza sulla Motorizzazione civile, hanno la facoltà di aumentare l’aliquota di propria competenza sulla tassa di possesso dell’auto, il cosiddetto bollo auto. Nell’ultimo anno questo è aumentato, fino a raddoppiare in alcuni casi, nell’88% delle amministrazioni provinciali.Ulteriori tasse e imposte provinciali sono le accise, previste, sull’energia elettrica e il gas metano, nonché le tasse sugli scarichi reflui industriali e la certificazione e/o il rinnovo della classificazione alberghiera degli hotel, agriturismo e bed&breakfast.
 Le regole del patto di stabilità per gli enti locali
Il patto di stabilità interno, per gli enti locali, è attualmente disciplinato dall’articolo 31 della legge 12 novembre 2011, n. 183, come successivamente modificato ed integrato dall’articolo 1, commi 428-447, della legge di stabilità, per il 2013 (legge n. 228/2012).
Per quanto concerne l’ambito soggettivo di applicazione, negli anni dal 2009 al 2012 sono stati assoggettati alle regole del patto le province e i comuni, con popolazione residente superiore ai 5.000 abitanti.
A partire dal 2013 è prevista l’estensione dei vincoli del patto, ad una platea più ampia di enti, quali:
·                     i comuni con popolazione compresa tra 1.001 e 5.000 abitanti, ai sensi dell’articolo 31, comma 1, della legge n. 183/2011;
·                     le aziende speciali e le istituzioni, ai sensi dell’articolo 25, comma 2, del D.L. 24 gennaio 2012, n. 1, ad eccezione di quelle che gestiscono servizi socio-assistenziali ed educativi, culturali e delle farmacie;
·                     gli enti locali commissariati per fenomeni di infiltrazione di tipo mafioso, ai sensi dell’articolo 1, comma 436, della legge 24 dicembre 2012, n. 228, finora sostanzialmente esclusi dalla disciplina, in quanto per essi l’applicazione del patto era rinviata a partire dall’anno successivo a quello della rielezione degli organi istituzionali.
Si segnala, infine, che devono considerarsi assoggettate al patto anche le società cosiddette «in house» affidatarie dirette della gestione di servizi pubblici locali, a partecipazione pubblica locale totale o di controllo, ai sensi dell’articolo 18, comma 2-bis, del D.L. n. 112 del 2008. Tuttavia, le regole di assoggettamento di tali enti al patto devono ancora essere individuate con decreto del Ministro dell’Economia e delle Finanze, sentita la Conferenza unificata, al momento non ancora adottato.
Dal 2014, saranno assoggettate alle regole del patto anche le unioni di comuni, formate dagli enti con popolazione inferiore a 1.000 abitanti (in applicazione dell’articolo 16, comma 1, del D.L. 13 agosto 2011, n. 138), secondo le regole previste per i comuni aventi corrispondente popolazione.
L’obiettivo del patto di stabilità per gli enti locali consiste nel raggiungimento di uno specifico obiettivo di saldo finanziario - calcolato quale differenza tra entrate e spese finali, comprese dunque le spese in conto capitale, con l’eccezione di alcune voci - espresso in termini di competenza mista (criterio contabile che considera le entrate e le spese in termini di competenza, per la parte corrente, e in termini di cassa per la parte degli investimenti, al fine di rendere l'obiettivo del patto di stabilità interno più coerente con quello del Patto europeo di stabilità e crescita).
Nel corso della legislatura i meccanismi di calcolo degli obiettivi di saldo sono stati via via rivisti: mentre nella prima parte della legislatura, il saldo obiettivo di ciascun ente è stato rapportato al saldo finanziario raggiunto dall’ente medesimo in un esercizio precedente, a partire dal 2011, con la legge n. 220/2010, gli obiettivi del patto sono stati ancorati alla capacità di spesa di ciascun ente locale, corrispondente al livello di spesa corrente mediamente sostenuto in un triennio, criterio che ha reso ancor più stringenti ed impegnativi gli obiettivi da raggiungere.
In particolare, per gli anni dal 2013 al 2016, il saldo obiettivo viene determinato, per ciascun ente, applicando alla spesa corrente media da esso sostenuta nel triennio 2007-2009 - così come desunta dai certificati di conto consuntivo -determinati coefficienti, fissati in maniera differenziata per le province e i comuni. Gli obiettivi così ottenuti sono però rettificati per neutralizzare il taglio dei trasferimenti erariali determinato dal comma 2 dell’articolo 14 del D.L. 78/2010.
In particolare:
·                     per gli enti che sono collocati nella classe dei virtuosi, è richiesto soltanto il conseguimento di un saldo obiettivo pari a zero;
·                     per gli enti non virtuosi è prevista una penalizzazione,  consistente nella rideterminazione in aumento - fino ad un limite massimo espressamente indicato – dei coefficienti da applicare alla spesa corrente media del triennio per l’individuazione del proprio saldo obiettivo.
Va, infine, considerato, che il valore definitivo del saldo-obiettivo di ciascun ente locale potrà essere ulteriormente rideterminato nel corso dell’anno qualora l’ente benefici di misure di flessibilitàdel patto di stabilità interno (i c.d. Patti di solidarietà fra enti territoriali), le quali, si ricorda, sono state introdotte nell’ordinamento a partire dal 2009 al fine di rendere più sostenibili gli obiettivi individuali degli enti soggetti ai vincoli al patto di stabilità e, al contempo, allentare la compressione sulle spese di investimento degli enti locali, che si è venuta a determinare a causa dei meccanismi di calcolo dei saldi obiettivi in termini di competenza mista e del blocco della leva fiscale imposto alle amministrazioni territoriali dal 2008, che ha, di fatto, annullato la possibilità di intervento sulle entrate ai fini del raggiungimento dei saldi-obiettivo.
Si segnala che il potere delle regioni e degli enti locali di variare le aliquote e le tariffe dei tributi locali e regionali, è stato ripristinato, dall’articolo 4, comma 4, del decreto-legge n. 16 del 2012, a decorrere dall'anno di imposta 2012.
 

In Allegato, Bilancio dello Stato Italiano della Ragioneria Generale.


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